Lo stato del giradischi (Turntablism)


A corollario del mio precedente post su lo stato dei media audio, mi incombe l’onore di fare il punto ai miei lettori anche sullo stato dell’hardware destinato a suonare il supporto vinilico, unico oggetto e soggetto qui degno di nota.

Contrariamente a quanto si pensi il giradischi non è un oggetto da collezione (scordatevi  di acquistarne uno al mercatino delle pulci) ed oggi a livello mondiale possiamo contare almeno un centinaio di produttori che trovano tranquillamente la loro collocazione sul mercato con prodotti innovativi ed in costante evoluzione; essenzialmente abbiamo produttori in area UE, Asia e USA, che vanno dall’artigiano alla grande industria. Si va dalla storica Luxman che proprio l’anno scorso è tornata sul mercato dell’analogico (abbandonato a metà egli anni ’80 con il canto del cigno del mitico PD 555 –) con il nuovo modello PD 171, alla Clearaudio tedesca sino ai noti marchi UK Linn e Rega per arrivare a produttori ultra rispettati di nicchia quali Shindo (J), Ikeda (J), T.Fletcher (UK), Chris Feickert (GER) Morsiani (ITA), pensate che anche in Lituania esiste una emergente piccola ditta che costruisce  notevoli bracci di lettura la REED Tonearms.

Trattandosi di un articolo per non iniziati ma semmai interessati, non intendo tediarvi con considerazioni tecniche (tipo il dilemma fondante meglio la trazione diretta o la cinghia?) anche perchè non ne ho la piena competenza, vi basti però sapere che quello volgarmente definito come giradischi in realtà è il risultato della combinazione di tre elementi ben distinti e con diverse problematiche  attinenti alla fisica ed alla geometria: il piatto (che fa girare il disco), il braccio di lettura (che deve centrare il solco con precisione assoluta) ed il fonorivelatore (testina) che legge l’incisione e preamplifica il primo segnale; solo ove questi elementi lavorino in completa sinergia potremo ottenere  dal supporto analogico un suono in grado di far ricredere chiunque sulla superiorità del digitale; d’altro canto ove questa sinergia sia mancante a causa di un errato accoppiamento il novello analogista si troverà di fronte ad un lungo sentiero lastricato di ansie e dolori al portafoglio. Per questo mi permetto di consigliare a chi intenda entrare in questo mondo senza una guida o una preparazione di base di affidarsi ad un combo già confezionato dal costruttore, tenendo ben in mente che l’accoppiamento più critico è quello braccio/testina. Solo in seguito potrà avventurarsi – non senza rischi- nell’affascinante ricerca di nuovi meticciati tra prodotti di marche e caratteristiche diverse, come il passaggio, ordalico, dalla classica testina MM (moving magnet) alle esoteriche testine MC (moving coil), che assicurano una resa di molto superiore ma  necessitano di componenti (anche elettronici – stadio phono) ben interfacciati e di qualità. Non può essere taciuto, infatti, che il vero fascino dell’analogico, al di là della soddisfazione estetica di vedere -a volte- oggetti di arte moderna in movimento, consiste nel poter implementare a seconda delle disponibilità ed interesse il proprio set up sì da migliorare la fruizione sonora per gradi; vi basti pensare che il solo lavare (professionalmente!) il vinile vi restituirà un miglioramento sonico immediatamente apprezzabile; il digitale, invece, non abbisogna di tali amorevoli cure, è fatto per chi non ha tempo da perdere, per chi ascolta i primi dieci secondi di ogni brano, per chi ritiene che lo spazio domestico non tolleri null’altro che una pila di apparecchi neri con qualche lucetta, per chi sostiene che “i bit sono i bit e non possono fallire…. mai”.

Per l’inguaribile romantico, invece, ecco la foto

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~ di lexspeed su novembre 29, 2011.

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