Record Collectors Are Pretentious Assholes! (traducete voi)

Così gridavano quelli della hardcore punk band Poison Idea’s nel loro secondo EP dall’omonimo titolo… se questi giovanotti dagli States pensavano così dei collezionisti nel 1984, posso solo rabbridivire ad immaginare cosa possano pensarne oggi,  dopo oltre 20 anni, quando il collezionismo di dischi ha raggiunto apici di perversione inenarrabile, (gli articoli di questo bog ne sono uno specchio evidente), visto che  per un indirizzo sulla retrocopertina, una cartolina allegata, un foglietto ciclostilato inside, molti sono disposti a spendere decine di euro o centinaia di dollari in più,  con buona pace degli italici  proclami relativi al “prezzo politico”:non pagare questo disco più di Lit.2.000 dicevano e scrivevano sulle front cover quelli della Attack Punk di Bologna ma oggi le loro edizioni, ricercatissime, vanno dai € 40,00 ai 400,00 ( v. Scenderemo nelle strade dei Nabat ed. C.A.S. Rec. 1982).

 

Ci si deve comunque interrogare  se sia corretto che questi dischi, immessi a suo tempo sul mercato proprio per contrastare le politiche di indiscriminato lucro sui prezzi e sul lavoro delle nuove band, da parte delle majors, di fatto costituiscano la nemesi della loro stessa filosofia, visto che oggi nessun gruppo rock, anche il più noto, potrebbe, dal punto di vista commerciale, richiedere nemmeno € 100,00 per una nuova uscita, neppure se immessa in limited edition.

Ma qui forse si rischiano di equivocare i termini della questione, proverò, parlando a me e per me, a far(mi) chiarezza.

Premetto che in una società regolata, piaccia o meno, da regole di mercato (tendenzialmente) libero, ognuno può vendere il proprio bene a qualunque prezzo vi sia disposto qualcuno a comprarlo, purchè non siano adottati metodi truffaldini (edizione contraffatte etc.); ciò detto se il bene al momento della sua immissione sul mercata del nuovo aveva un limite di prezzo massimo “imposto” dal produttore, teoricamente un venditore poco corretto avrebbe potuto comunque venderlo già da subito ad un prezzo maggiorato, visto che le pattuizioni sul prezzo possono essere valide solo per i prezzi minimi, al fine di garantire la concorrenza; non per niente le suddette autoproduzioni recavano in copertina un invito al consumatore, non al venditore,  di non pagare più di un tot.

 

 Dunque, oggi chi ci richiede un prezzo spropositato per il primo 7” dei milanesi Mittageisen (stampato nel 1979 in sole cento copie dalla carbonara Sadist Records) non si macchia di alcuna nefandezza, dobbiamo solo noi (mercato) decidere se dargli o meno quei soldi e se comunque si possa imporre un comportamento etico agli acquirenti di quei dischi che nascevano e venivano distribuiti nel rispetto di certi presupposti “politici”. Per chiarire nessuno in questa sede intende sindacare se sia lecito pagare per un disco dei Beatles (che venivano distribuiti da major) cento sterline ma se sia  corretto pagare cento euro per un disco dei Raf Punk piuttosto che degli Stalag 17. La mia risposta è se però si concorda su certi presupposti, oggettivi e soggettivi. Dal punto di vista oggettivo oggi possiamo dire che il messaggio connesso all’auto produzione ed alla riduzione dei margini di lucro, abbia trionfato, guardacaso, proprio per le errate scelte di quegli stessi gruppi industrial-commerciali, che allora si arricchivano nel business musicale: infatti, la digitalizzazione della musica voluta dalle stesse company ha comportato l’estrema facilità di accesso alla produzione e stampa da parte delle piccole micro-etichette ed il fenomeno internet ha di gran lunga facilitato ed abbassato i costi di distribuzione; mi pare corretto dire che proprio il cd, introdotto sul mercato per il mero scopo speculativo di indurci a cambiare l’abituale supporto musicale, ha aperto la porta a quello che che nel 1978 i Desperate Bicycles gridavano, dalla back cover del loro secondo singolo, per primi: Do It Yourself!.

 

 Se dunque l’etica sottesa alle auto produzioni ha trionfato, insistere oggi sul concetto mi pare superfluo, semmai bisognerà valutare l’eccesso opposto, cioè la contrazione degli investimenti da parte delle grandi compagnie sui nuovi gruppi, stante la diminuzione dei profitti dovuti alla masterizzazione ed al download selvaggio… ma tant’è, se lo sono voluto loro. 

Sotto il profilo soggettivo non credo giovi la demonizzazione dei collezionisti vinilici, se è vero che solo grazie a costoro proprio molte delle autoproduzioni destinate a scomparire (per non dire ad essere “buttate via”) sono state recuperate e valorizzate: infatti, in questo caso, lo scopo commerciale va di pari passo all’interesse alla preservazione di forme artistiche “minori” ed oggi, probabilmente, molti più giovani fuori dai nostri confini conoscono i Nabat anzicchè i Camaleonti (absit injuria verbis!). Poi, l’avere sborsato una certa cifra per un pezzo di plastica indurrà il possessore a non privarsene a cuor leggero e molto probabilmento il disco, gelosamente conservato, passerà al figlio/a e verrà ascoltato anche dagli amichetti, con ulteriore passaggio generazionale del messaggio ivi contenuto.

 

Concludo secco:

 

Record Collectors are pretentious  benefactors!

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~ di lexspeed su giugno 3, 2008.

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